martedì 9 novembre 2010
Sunday - June 27 DeMedeiros CL: Extraordinaire Artiste
trasalimenti ideato Arte e Curato da Gabriele Di Pietro.
Giulio Paolini. Luci di Artista. Torino Natale 2009
Mario Schifano pittore..
A dieci anni dalla scomparsa dell'artista romano, un film e un libro celebrano la sua arte raccontando la sua vita, attraverso le parole raccontato da chi lo ha conosciuto, amato, criticato e ammirato
(13 febbraio 2008) Migliaia di quadri, centinaia di ore di videoregistrazioni, fotografie, lungometraggi e persino un disco, l'introvabile Le stelle di Mario Schifano: non c'è campo della comunicazione che Mario Schifano non abbia esplorato nel corso della sua quarantennale carriera artistica. Curioso e istintivamente attratto dalla tecnologia, fu tra i primi artisti in Italia ad avere un personale sito internet; si professava infantile (Io sono infantile è il titolo di un suo celebre quadro) ma non esitava a dire la sua in materia di politica e impegno sociale, il tutto innaffiato da una buona dose di ironia.
A giugno, una retrospettiva su Mario Schifano è prevista alla GNAM di Roma; ma se sono le tele a parlare del suo percorso artistico, a dieci anni dalla morte un film e un libro raccontano l'uomo. Mario Schifano, tutto, diretto da Luca Ronchi, amico e collaboratore di Schifano per vent'anni, è quasi un'autobiografia postuma del pittore. Il film, prodotto da Camilla Nesbitt e Pietro Valsecchi, raccoglie spezzoni di interviste e videoclip provenienti dall'archivio personale di Schifano uniti alle testimonianze di persone a lui vicine, dalla moglie Monica De Bei ad Achille Bonito Oliva, dal gallerista Emilio Mazzoli a Marianne Faithfull, che, leggenda narra, Schifano soffiò da sotto al naso a Mick Jagger, il quale reagì al cuore spezzato scrivendo la canzone Wild Horses.
Nel film molte preziose immagini del pittore al lavoro, incluse le videoregistrazioni dello schermo televisivo che Schifano poi usava per le sue opere: interrompeva sul frame che lo interessava, lo fotografava, poi stampava il negativo su tela emulsionata e lo dipingeva. C'è Schifano che parla di Schifano, dei suoi inizi come aiuto restauratore al Museo Etrusco di Valle Giulia e la scuola di piazza del Popolo, fino al periodo newyorchese, quando esponeva in compagnia dei grandi della pop art americana, Rauschemberg, Warhol, Lichtenstein. E accanto, l'intimità familiare, l'amatissimo figlio Marco ritratto e seguito ovunque, al mare, mentre pasticcia con i colori nello studio del padre, mentre si rotola sul tappeto.
Ne risulta un ritratto sincero di Mario Schifano uomo e artista; soprattutto se ne coglie lo sguardo ironico e disincantato su tutto, l'arte, i soldi, la droga, i media. Accanto al film, Mario Schifano, approssimativamente raccoglie invece in forma di libro contributi di critici, collaboratori e amici, lo stesso Luca Ronchi, Alberto Moravia, Furio Colombo. "La mia maniera è guardare – si legge in un'intervista al pittore – le cose sono tutte diverse fra loro, e io voglio rappresentarle nella loro diversità. Non amo la psicologia, o i quadri che parlano di una psicologia. Né amo la psicologia dell'artista". Claudia Spiti.
Mario Schifano tutto
Regia di Luca Ronchi
DVD + libro
Giangiacomo Feltrinelli Editore, collana Real Cinema
(13 febbraio 2008) Migliaia di quadri, centinaia di ore di videoregistrazioni, fotografie, lungometraggi e persino un disco, l'introvabile Le stelle di Mario Schifano: non c'è campo della comunicazione che Mario Schifano non abbia esplorato nel corso della sua quarantennale carriera artistica. Curioso e istintivamente attratto dalla tecnologia, fu tra i primi artisti in Italia ad avere un personale sito internet; si professava infantile (Io sono infantile è il titolo di un suo celebre quadro) ma non esitava a dire la sua in materia di politica e impegno sociale, il tutto innaffiato da una buona dose di ironia.
A giugno, una retrospettiva su Mario Schifano è prevista alla GNAM di Roma; ma se sono le tele a parlare del suo percorso artistico, a dieci anni dalla morte un film e un libro raccontano l'uomo. Mario Schifano, tutto, diretto da Luca Ronchi, amico e collaboratore di Schifano per vent'anni, è quasi un'autobiografia postuma del pittore. Il film, prodotto da Camilla Nesbitt e Pietro Valsecchi, raccoglie spezzoni di interviste e videoclip provenienti dall'archivio personale di Schifano uniti alle testimonianze di persone a lui vicine, dalla moglie Monica De Bei ad Achille Bonito Oliva, dal gallerista Emilio Mazzoli a Marianne Faithfull, che, leggenda narra, Schifano soffiò da sotto al naso a Mick Jagger, il quale reagì al cuore spezzato scrivendo la canzone Wild Horses.
Nel film molte preziose immagini del pittore al lavoro, incluse le videoregistrazioni dello schermo televisivo che Schifano poi usava per le sue opere: interrompeva sul frame che lo interessava, lo fotografava, poi stampava il negativo su tela emulsionata e lo dipingeva. C'è Schifano che parla di Schifano, dei suoi inizi come aiuto restauratore al Museo Etrusco di Valle Giulia e la scuola di piazza del Popolo, fino al periodo newyorchese, quando esponeva in compagnia dei grandi della pop art americana, Rauschemberg, Warhol, Lichtenstein. E accanto, l'intimità familiare, l'amatissimo figlio Marco ritratto e seguito ovunque, al mare, mentre pasticcia con i colori nello studio del padre, mentre si rotola sul tappeto.
Ne risulta un ritratto sincero di Mario Schifano uomo e artista; soprattutto se ne coglie lo sguardo ironico e disincantato su tutto, l'arte, i soldi, la droga, i media. Accanto al film, Mario Schifano, approssimativamente raccoglie invece in forma di libro contributi di critici, collaboratori e amici, lo stesso Luca Ronchi, Alberto Moravia, Furio Colombo. "La mia maniera è guardare – si legge in un'intervista al pittore – le cose sono tutte diverse fra loro, e io voglio rappresentarle nella loro diversità. Non amo la psicologia, o i quadri che parlano di una psicologia. Né amo la psicologia dell'artista". Claudia Spiti.
Mario Schifano tutto
Regia di Luca Ronchi
DVD + libro
Giangiacomo Feltrinelli Editore, collana Real Cinema
Tano Festa:Popolare,non Pop
Tano Festa: popolare, non pop A ncora adesso lo definiscono uno dei maggiori esponenti della Pop art italiana. Ma lui, Tano Festa (Roma, 1938-88), smentiva quest' affermazione quando poteva, o ne aveva voglia. «Quella che noi facciamo è un' arte popolare, non pop», diceva, ancora, un anno prima di morire, ucciso dalla cirrosi cronica, da continue emorragie e dalla gotta. Gli americani erano pop perché raffiguravano oggetti di consumo veri; gli italiani erano popolari perché consumavano l' arte con le eccitazioni. Per Festa da Michelangelo. Per Schifano, altro compagno di strada, da Leonardo. Citazioni michelangiolesche dal Giudizio universale ce ne sono parecchie in questa mostra, che raggruppa 43 opere, di cui molte provengono da una collezione privata e vengono esposte per la prima volta al pubblico: tre cardinali, due quadri stretti e lunghi da Michelangelo, tre rappresentazioni di animali (un dromedario, un elefante ed una coppia di conigli). Ci sono anche due Persiane («E' un oggetto che mi perseguita - diceva Festa - di Biennale in Biennale»), Paesaggi, Coriandoli, Don Chisciotte, i Guardiani del Castello, oltre i «da Michelangelo». E' una bella mostra, tardivo riconoscimento per le qualità del pittore, spesso ubriaco e pazzerellone, che barattava i suoi quadri per poche lire o per qualche bottiglia (un suo collezionista era stato il barone Franchetti), ma grande artista e poeta, come Sandro Penna, di cui era amico. Giosetta Fioroni, che stava nel gruppo con Angeli e Schifano, ricorda una poesia: Festa si descriveva come un veliero orgoglioso, infilatosi nella sabbia e che non si muove più. Roberto Tabozzi
Dame e donne longobarde.La società femminile della necropoli di Romans.
Sabato 23 novembre, alle ore 11.00, grazie alla pluriennale sinergia instaurata tra il Comune di Romans d'Isonzo e la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia, verrà riaperta la sala espositiva dei Longobardi, ospitata presso la sede municipale, con l'inaugurazione della mostra "Dame e donne longobarde. La società femminile della necropoli di Romans" che si affiancherà ed integrerà la precedente mostra "I guerrieri di San Giorgio" dedicata alla visione del mondo maschile in armi.
L'esposizione offrirà all'attenzione del pubblico un gruppo di corredi femminili indicatori di diversi stati sociali e appartenenti a più fasce cronologiche: in particolare, tornerà a Romans la donna della tomba 97, rinvenuta nel 1988 e concessa in prestito dal Museo Archeologico Nazionale di Cividale e saranno esposti anche insiemi corredali di recentissimo ritrovamento. Ed è proprio dalle sepolture venute alla luce durante l'ultima campagna di scavo, condotta nel 2007 a Romans, che proviene l'anello di bronzo, graficamente reinterpretato quale logo dell'iniziativa.
Ulteriore aspetto di notevole interesse e importanza sarà rappresentato dall'esposizione di due corredi rinvenuti nella necropoli di Villanova di Farra, territorialmente vicina a Romans, necropoli attiva a partire dal II sec. d.C. quale luogo di sepoltura di una comunità ben radicata nel territorio, che nel VI sec. accolse e integrò genti di stirpe longobarda. In questo modo sarà, infatti, possibile esaminare due situazioni ad un tempo parallele e divergenti: da un lato quella di Villanova, una comunità in cambiamento, dall'altro quella di Romans, una comunità nuova che iniziò il suo cammino nel 568 d.C.
Data Inizio:13 novembre 2010
Data Fine: 15 aprile 2012
Costo del biglietto: gratuito; Per informazioni 0481/966904-903
Prenotazione: Facoltativa; Telefono prenotazioni: 0481/966904-903
Luogo: Romans d'Isonzo, Municipio di Romans d'Isonzo
Orario: lunedì e mercoledì dalle 11.00 alle 13.30 e dalle 16.00 alle 18.00; martedì, giovedì e venerdì dalle
Telefono: 0481-966911
E-mail: info@comune.romans.go.it
Romans d'Isonzo, Municipio di Romans d'Isonzo
Città: Romans d'Isonzo
Indirizzo: Via La Centa 6
Provincia: (GO)
Regione: Friuli-Venezia Giulia
Telefono: 0481-966911
E-mail: info@comune.romans.go.it
lunedì 8 novembre 2010
IL MISERERE
trasalimenti arte ideato e Curato da gabriele di pietro.
Un bronzo di Henri Matisse (1869-1954), "Nu de Dos, 4 État (Back IV)", venduto per 48,8 milioni dollari da Christie's il Mercoledì.
Arte a Senso i sensi nell'arte.Dal 13 novembre San Miniato (Pisa)
Salvatore Giunta - Teresa Pollidori espongono a Venezia
Campo del Ghetto Nuovo 2918 Venezia Info: (+39) 3391134786 (+39)0415246039 Salvatore Giunta/Teresa Pollidori Corrispondenze testo di Ivana D’Agostino Sabato 20 novembre 2010 alle ore 17,30 presso Françoise Calcagno Art Studio, Campo del Ghetto Nuovo 2918 Venezia, si inaugura la doppia personale di Salvatore Giunta e Teresa Pollidori, Corrispondenze. testo di Ivana D’Agostino. L’esposizione rimarrà aperta fino al 4 dicembre, secondo il seguente orario: dal martedì al sabato dalle 14,00 alle 18,00. Salvatore Giunta e Teresa Pollidori presentano ciascuno, sei opere di formato quadrato che accostate come dittici dialogano in una specie di canto e controcanto. Un duetto tra fotografia ed incisione dove le linee, le emozioni, i contrasti cromatici del lavoro dell’uno trovano adeguata corrispondenza, e continuità, nell’operato dell’altra. Un risultato raffinato e cerebrale costituito di sinfonie di grigi, di stacchi netti tra chiari e scuri, di equilibri lineari all’improvviso dissonanti che rendono quasi impercettibile la soglia di passaggio tra le foto della Pollidori e le incisioni di Giunta.
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domenica 7 novembre 2010
Lucrezia De Domizio Durini. Il 3 dicembre Parigi.
Anselm Kiefer: I sette Palazzi Celesti
Anselm Kiefer: I Sette Palazzi Celesti
diMarco Tonelli
Sette alte torri pendenti in cemento armato, precarie, rovine in attesa dello schianto finale ma anche vie di accesso verso il paradiso. All’interno di uno spazio vastissimo, un hangar industriale dipinto di nero e completamente sigillato all'esterno da una corazza di metallo color argento. Nessuna finestra getta luce dentro quella che sembra essere diventata un enorme basilica postatomica, un santuario della catastrofe e della resurrezione.
E' così che si presenta, come un miraggio lontano, terrificante e sublime, la grande installazione che Anselm Kiefer ha realizzato a Milano dentro la Breda nel quartiere Bicocca una città nella città, coi suoi enormi capannoni e gli ampi viali alberati, attraversati da tir, gru e vari macchinari.
Quella di Kiefer è una poetica sfacciatamente carica di rimandi simbolici, in linea del resto con tutta la sua ricerca fotografica, pittorica e scultorea, fatta di allusioni cabalistiche, di fremiti naturalistici dell'immaginario tedesco e wagneriano, di combinazioni alchemiche, di rimandi alle Sefiroth od alla storia tragica dell’olocausto e del Nazismo.
Già nel 1969 Kiefer aveva realizzato numerosi scatti fotografici di una serie intitolata Eroische Sinnbilder (Simboli eroici) in cui si ritraeva mentre, di fronte a mari in tempesta, larghe spiagge o a rovine architettoniche (tipici scenari romantici), con stivali e pantaloni simili alle divise delle SS, alzava il braccio assumendo la posa del tipico saluto nazista. E poi nel corso degli anni le sue enormi tele raffiguranti tetre e possenti costruzioni arcaiche come il monumento al pittore ignoto, campi desolati animati da sciami di semi di girasoli, librerie e aeroplani in piombo, opere ispirate alla mitologia germanica, dipinti con le costellazioni fatte di numeri, che alludono alla marchiatura a fuoco sugli ebrei nei Lager e nei campi di sterminio.
I Sette Palazzi Celesti sono però architetture reali, abitabili, pur nella loro pericolosa inagibilità. Composti ognuno da cinque a sette "cabine" sovrapposte e provviste di una apertura, tenute in equilibrio da fogli di piombo messi agli angoli della cabine a mo' di zeppe, queste sette torri di una ventina di metri si pongono come una delle opere più vaste ed imponenti che Kiefer abbia mai realizzato, se si escludono le costruzioni che compongono la sua tenuta di Berjac. Qui infatti, su una collina di trentacinque ettari nel sud della Francia, il paesaggio è contrassegnato da grandi sculture in cemento armato, casematte e serre, collegate tra di loro tramite tunnel sotterranei, come fossero catacombe, vie di fughe, passaggi segreti. A loro modo, anch’essa una grande e misteriosa installazione ambientale.
La suggestiva scenografia delle architetture esposte nell'Hangar Bicocca (un nuovo spazio per l’arte moderna e contemporanea a tutti gli effetti, se si riuscirà a continuare una programmazione, per quanto episodica), mette Kiefer alla pari con le grandi e potenti imprese tecniche, ingegneristiche e tecnologiche realizzate da Richard Serra (ricordate i labirinti spiralici esposti a Bilbao?), Fabrizio Plessi (su tutte Water Fire in Piazza San Marco a Venezia), Louise Bourgeois (Do Undo Redo nella Turbine Hall della Tate Modern di Londra, con le sue torri agibili e i suoi spaventosi ragni), Christo (gli impacchettamenti di interi edifici, isole e ponti). Alla pari per gigantismo, per coinvolgimento emotivo, per il senso di smisurata grandezza con cui l'artista in genere tenta di toccare il limite dell'umano o i confini dell'esperienza artistica stessa, l'opera di Kiefer mette in scena paure ed ansie millenarie che, se si pensa all'evento delle Torri Gemelle (due salite verso il cielo divenute trappole infernali), appartengono ad un lutto e ad un'ansia di urgente attualità.
E' la zona del rischio, dell'incidente, della minaccia continua di una catastrofe, che I Sette Palazzi Celesti sembrano voler esorcizzare o annunciare. Una scenografia di silenzio tombale, avvolta nel nero, illuminata glacialmente come le quinte di uno spettacolo teatrale, senza che ancora né attori né musica l'abbiano attraversate (non a caso quest’opera ha forti somiglianze con le scene che Kiefer realizzò per ’Elektra di Richard Strauss a Napoli nel 2003, nel teatro San Carlo).
Tra le sette torri, sparse a terra qua e là, soltanto foglie secche, vetri con sopra dipinte quelle inquietanti numerazioni che tante volte sono comparse nelle sue mitologiche costellazioni, e poi ancora cornici impolverate ammassate l'una sull'altra, grosse pietre, anch'esse numerate. Residui di un'umanità senza più corpo, di una memoria priva di immagine, di identità indistinte segnate da numeri, di morti sul campo come foglie secche.
Il ricordo di Joseph Beuys (di cui Kiefer è stato allievo) è pressante, si tocca con mano. E questo aggiunge tragicità all'opera, ma anche volontà magica e rigenerativa, visionarietà e speranza.
Ci si può chiedere se un'opera come questa voglia lasciar tracce della perdita della fede nei grandi sistemi, della morte di Dio annunciata da Nietzsche, del ripensamento della metafisica di Heidegger, oppure non sia piuttosto un'affermazione di questa fede perduta e qui rimessa in campo attraverso complessi riferimenti letterari, che ormai da decenni accompagnano lo sfondo culturale di Kiefer. Ma si avverte comunque che il dubbio, la paura della fine del mondo, l'angoscia dell'esistere alla cieca, in attesa di una luce di là da venire, entrano pesantemente nelle aperture dei cubicoli di queste sette torri o palazzi celesti.
Proprio perché possono essere sollevate domande del genere, riguardo cioè il valore del simbolico e della sua attualità storica, del presente che invoca quotidianamente la grazia dal dolore e dalla tragedia, dei traumi della distruzione, del presagio apocalittico, questi elementi diventano in Kiefer messaggi, non semplicemente allusioni o metafore, ma libri visivi composti da materie concrete, passaggi obbligati per comunicare con un al di là che deve attraversare l’abiezione dell'oggi, il rischio di un crollo improvviso, quello di questi sette palazzi che sembrano reggersi non grazie a calcoli matematici ma per una sorta di inatteso, empirico, umanissimo ed incerto miracolo.
diMarco Tonelli
Sette alte torri pendenti in cemento armato, precarie, rovine in attesa dello schianto finale ma anche vie di accesso verso il paradiso. All’interno di uno spazio vastissimo, un hangar industriale dipinto di nero e completamente sigillato all'esterno da una corazza di metallo color argento. Nessuna finestra getta luce dentro quella che sembra essere diventata un enorme basilica postatomica, un santuario della catastrofe e della resurrezione.
E' così che si presenta, come un miraggio lontano, terrificante e sublime, la grande installazione che Anselm Kiefer ha realizzato a Milano dentro la Breda nel quartiere Bicocca una città nella città, coi suoi enormi capannoni e gli ampi viali alberati, attraversati da tir, gru e vari macchinari.
Quella di Kiefer è una poetica sfacciatamente carica di rimandi simbolici, in linea del resto con tutta la sua ricerca fotografica, pittorica e scultorea, fatta di allusioni cabalistiche, di fremiti naturalistici dell'immaginario tedesco e wagneriano, di combinazioni alchemiche, di rimandi alle Sefiroth od alla storia tragica dell’olocausto e del Nazismo.
Già nel 1969 Kiefer aveva realizzato numerosi scatti fotografici di una serie intitolata Eroische Sinnbilder (Simboli eroici) in cui si ritraeva mentre, di fronte a mari in tempesta, larghe spiagge o a rovine architettoniche (tipici scenari romantici), con stivali e pantaloni simili alle divise delle SS, alzava il braccio assumendo la posa del tipico saluto nazista. E poi nel corso degli anni le sue enormi tele raffiguranti tetre e possenti costruzioni arcaiche come il monumento al pittore ignoto, campi desolati animati da sciami di semi di girasoli, librerie e aeroplani in piombo, opere ispirate alla mitologia germanica, dipinti con le costellazioni fatte di numeri, che alludono alla marchiatura a fuoco sugli ebrei nei Lager e nei campi di sterminio.
I Sette Palazzi Celesti sono però architetture reali, abitabili, pur nella loro pericolosa inagibilità. Composti ognuno da cinque a sette "cabine" sovrapposte e provviste di una apertura, tenute in equilibrio da fogli di piombo messi agli angoli della cabine a mo' di zeppe, queste sette torri di una ventina di metri si pongono come una delle opere più vaste ed imponenti che Kiefer abbia mai realizzato, se si escludono le costruzioni che compongono la sua tenuta di Berjac. Qui infatti, su una collina di trentacinque ettari nel sud della Francia, il paesaggio è contrassegnato da grandi sculture in cemento armato, casematte e serre, collegate tra di loro tramite tunnel sotterranei, come fossero catacombe, vie di fughe, passaggi segreti. A loro modo, anch’essa una grande e misteriosa installazione ambientale.
La suggestiva scenografia delle architetture esposte nell'Hangar Bicocca (un nuovo spazio per l’arte moderna e contemporanea a tutti gli effetti, se si riuscirà a continuare una programmazione, per quanto episodica), mette Kiefer alla pari con le grandi e potenti imprese tecniche, ingegneristiche e tecnologiche realizzate da Richard Serra (ricordate i labirinti spiralici esposti a Bilbao?), Fabrizio Plessi (su tutte Water Fire in Piazza San Marco a Venezia), Louise Bourgeois (Do Undo Redo nella Turbine Hall della Tate Modern di Londra, con le sue torri agibili e i suoi spaventosi ragni), Christo (gli impacchettamenti di interi edifici, isole e ponti). Alla pari per gigantismo, per coinvolgimento emotivo, per il senso di smisurata grandezza con cui l'artista in genere tenta di toccare il limite dell'umano o i confini dell'esperienza artistica stessa, l'opera di Kiefer mette in scena paure ed ansie millenarie che, se si pensa all'evento delle Torri Gemelle (due salite verso il cielo divenute trappole infernali), appartengono ad un lutto e ad un'ansia di urgente attualità.
E' la zona del rischio, dell'incidente, della minaccia continua di una catastrofe, che I Sette Palazzi Celesti sembrano voler esorcizzare o annunciare. Una scenografia di silenzio tombale, avvolta nel nero, illuminata glacialmente come le quinte di uno spettacolo teatrale, senza che ancora né attori né musica l'abbiano attraversate (non a caso quest’opera ha forti somiglianze con le scene che Kiefer realizzò per ’Elektra di Richard Strauss a Napoli nel 2003, nel teatro San Carlo).
Tra le sette torri, sparse a terra qua e là, soltanto foglie secche, vetri con sopra dipinte quelle inquietanti numerazioni che tante volte sono comparse nelle sue mitologiche costellazioni, e poi ancora cornici impolverate ammassate l'una sull'altra, grosse pietre, anch'esse numerate. Residui di un'umanità senza più corpo, di una memoria priva di immagine, di identità indistinte segnate da numeri, di morti sul campo come foglie secche.
Il ricordo di Joseph Beuys (di cui Kiefer è stato allievo) è pressante, si tocca con mano. E questo aggiunge tragicità all'opera, ma anche volontà magica e rigenerativa, visionarietà e speranza.
Ci si può chiedere se un'opera come questa voglia lasciar tracce della perdita della fede nei grandi sistemi, della morte di Dio annunciata da Nietzsche, del ripensamento della metafisica di Heidegger, oppure non sia piuttosto un'affermazione di questa fede perduta e qui rimessa in campo attraverso complessi riferimenti letterari, che ormai da decenni accompagnano lo sfondo culturale di Kiefer. Ma si avverte comunque che il dubbio, la paura della fine del mondo, l'angoscia dell'esistere alla cieca, in attesa di una luce di là da venire, entrano pesantemente nelle aperture dei cubicoli di queste sette torri o palazzi celesti.
Proprio perché possono essere sollevate domande del genere, riguardo cioè il valore del simbolico e della sua attualità storica, del presente che invoca quotidianamente la grazia dal dolore e dalla tragedia, dei traumi della distruzione, del presagio apocalittico, questi elementi diventano in Kiefer messaggi, non semplicemente allusioni o metafore, ma libri visivi composti da materie concrete, passaggi obbligati per comunicare con un al di là che deve attraversare l’abiezione dell'oggi, il rischio di un crollo improvviso, quello di questi sette palazzi che sembrano reggersi non grazie a calcoli matematici ma per una sorta di inatteso, empirico, umanissimo ed incerto miracolo.
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